L’isola che c’è: trovato il bandolo della matassa

bandolo_della_matassaLa matassa era ormai divenuta un piccolo cancro in fase di stallo che difficilmente si potrà curare.
Sarà difficilissimo arginare questa impasse creata, più che ad arte, involontariamente.
Già, perché ognuno dei protagonisti di codesta novella avrebbe di certo voluto raggiungere il proprio finale senza fare chiasso.
Senza dare tanto risalto a quel che ha fatto.
Ma come ben si sa, perché succede spesso quando si compiono questi atti, una semplice stretta di mano è un saluto segreto carbonaro.
Chi fa tutto in silenzio fa inevitabilmente rumore.
In famiglia tutti parlavano della situazione che si era creata e come capita nel gioco del telefono senza fili la parola “piccione” diventa magicamente “balena” e questo sicuramente non faceva bene al morale di nessuno.
Il povero Kalimero si sentiva un re (nero) degli scacchi messo sotto scacco dal proprio pedone e dalla regina (bianca).
Vittorio si sentiva un alfiere mangiato, in maniera ingorda e beffarda, per via una mossa azzardata dal re che persino un bimbo avrebbe intuito che sarebbe stata un effimero suicidio.
Gerolamo più che giocare a scacchi si sentiva una creatura di cinque anni che si diverte a lanciare il sassolino nelle scarpe sulle caselle della settimana, percorrendola tutta a saltelli ben attento a non perdere il suo equilibrio fregandosene delle chiamate della mamma per giunta ora della cena.
Alberto, non amando troppo le partite di scacchi in cui perde, avrebbe preferito di più giocare a dama così da poter soffiare sulla pedina che non si era mossa per mangiare e portare a casa la vittoria senza che questa potesse sembrare una sconfitta su tutta la linea.
La Mamma non ama tanto giocare anche se ama i suoi giochetti e per questo quando dice:-nulla è pronto fate voi che tutto mi va bene- vuol in realtà dire: -tutto è pronto e non fatemi fare brutte figuracce!- Lo sanno tutti quel che in realtà vuol dire e sanno tutti che farà il suo bel teatrino di pupi dove Orlando sarà la vittima di un sotterfugio machiavelliano se non ucciderà il drago.
Allora con il poco senno non finito sulla Luna tutti si domandarono: come si può salvar il cavolo dalla capra senza che il lupo si mangi l’ovino? Incominciarono tutti in coro, ma separatamente, a pensare.
-Se lascio l’ovino con il lupo, il cagnaccio si spolpa la pecorella e al massimo se sono fortunato mi lascia un paio di arrosticini. Se lascio la pecorella da sola col cavolo, col cavolo che ritroverò l’ortaggio.
Se non muovo nulla la pecora si mangia l’insalata, il lupo l’ovino come antipasto e poi non contento va nella favola di cappuccetto rosso e si divora nonna e nipotina comprensivo di cestino della merenda. Certo potrei lasciare da soli il lupo e i cavoli che ho coltivato, ma chi mi dice che l’animale non sia l’unico vegetariano oppure peggio ancora: vegano?
Quanti pensieri sciocchi e sconclusionati erano presenti nella testa di queste sempre più tristi figure. Tutti testardi per di più.
Il giorno fatidico per partire verso l’Isola che c’è si avvicinava e la situazione restava in bilico.
Sembrava un piano messo in perfetto equilibrio su una puntina da disegno con al centro un bel bicchiere di latte.
Tutto perfetto ma solo un respiro e l’alito di vento avrebbe fatto traballare il piano facendo piangere tutti per il latte versato.
Inoltre, poi, altri quattro fratelli stavano facendo una più bella figura in casa perché erano pronti a scoprire il Grande Centro. Dante il muratore, Stefano il passatore, Matalùnë il campano, Ludovico l’estense (fratello cadetto del Gerolamo) stavano per far quello che la Mamma voleva da loro senza dare a tutti codesti grattacapi e senza mettere in bocca a nessuno parole con cui sparlare.
Uno smacco che nessuno degli altri quattro voleva subire.
Soprattutto perché era di gran lunga più importante conquistare l’Isola che c’è che il Grande Centro dove non si sa se esistono altri abitanti e il viaggio è per tutti, cosa nota, più una scusa per gozzovigliare insieme che per portare il verbo della Mamma.
Ma la triste figura l’avrebbero comunque fatta, e non certo per sfidar mulini a vento creduti devastatori giganti.
Un altro giorno era passato e tra l’alba e il tramonto nessuno è riuscito a tirar fuori il ragno dal suo nido.
Anzi forse qualcuno vi è rimasto impigliato nella rete e non riesce nemmeno più a districarsi.
Nel proprio stanzone, nel suo castello circondato da un gran fossato abitato da pesci rossi e monetine dei desideri un po’ realizzati, un po’ persi, tanti da realizzare, Kalimero pensava ad alta voce per trovar prima possibile una soluzione ma come spesso capita nei sudoku quando sono estivi e fatti per perder tempo il risultato difficile pare banale; quando sono invernali puoi spaccarti le meningi ma nulla trova il suo posto scontato e quando stai per inserire l’ultima cifra ti accorgi che già c’è in un altro riquadro. Che fare quindi?
Ignorarla non si può e quindi tutto va rifatto, disfatto, ricominciato, corretto…
Ed è così che si ingarbuglia la matassa se non c’è qualcun altro a tender da una parte il filo del pensiero.
-Che ne dite cari fratelli- propose Kalimero –se la discussione la rimandiamo a dopo il viaggio? Così a mente fredda troviamo una soluzione-
-Ma siam sicuri che la troverete?- fece l’eco del pensier del buon senso.
-E visto che i problemi sono per un giorno, quel giorno lo rimandiamo?- fece Vittorio –Per te va bene Alberto?-
-Ad andar bene potrebbe andar bene ma a quando?-
Le data si accavallarono e talmente furono tanti i “cri cri” che uscirono fuori che sembrava di stare in un prato con l’erba alta in pieno agosto quando il sole della campagna picchia forte e l’afa fa solo cantare le cicale e le cavallette e strisciare nell’erba le lucertole e le serpi.
Un altro giorno era passato ma non era stato proprio speso male. I discorsi del giorno successivo portarono a dei frutti e nonostante qualche capriccio e qualche mandarino mangiato senza sputar il nocciolo la questione trovò la sua presunta conclusione. Invece di un gran giorno di festa a casa del Vittorio ce ne sarebbero stati due.
Fine bonaria ma pur sempre una fine che però non mancò a molti di lasciare un po’ d’amaro in bocca, senza per di più far digerire il banchetto nuziale.
Quando giunsero all’Isola che c’è gli indigeni del luogo si divertirono a giocare e danzare coi tre fratelli e i tre fratelli misero da parte, forse non momentaneamente, tutti i dissapori.
Vittorio e Alberto colsero l’occasione per parlarsi e senza litigare si dissero in faccia ciò che pensavano.
Bisticci familiari che si lasciano a voi lettori immaginare perché non è bello ficcanasare in famiglia e perché queste discussioni, in famiglia, un po’ tutti le abbiamo avute.
I rapporti restarono immutati ma si può dire che mai c’erano stati?
A questo quesito non c’è risposta come del futuro non v’è certezza. In fondo i chilometri sono un metro di misura per misurare la distanza ma nel Regno Unito già si usano le miglia.
Alberto andrà a trovare Vittorio o lo bigerà come fece l’ultima volta?
Sull’Isola che c’è nascerà un nuovo figlio per la Mamma?
E se sì, chi ne avrà la paternità?
Se fra queste righe si cerca la morale basti solo riflettere che di tutto si può blaterare.
Se non si vogliono discussioni bisogna sempre evitare di darne motivi per farne.
In famiglia, prima che il tempo cancelli codesta storia, è ben chiaro che Alberto il celtico ha fatto la figura dello zimbello, come Kalimero ha fatto la figura dell’ignavo, e come la Mamma ha fatto la figura di chi non sa porre rimedio ai cicciopasticci dei suoi figlioli che lei stessa ha fatto nascere con gesti alquanto materni.
Poi come ogni buona novella questa è una storiella e tutto può essere vero oppure falso.
Se ci si crede è vero altrimenti è falso con un sorriso evaso, forse, nel leggere un breve racconto senza capo e né coda con un finale alquanto piatto privo di una precisa conclusione che soddisfi il lettore perché scritto da un bonaccione ciccione.

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